Altea – La Rosa di Marmo

Nelle sale del suo sfarzoso palazzo a Roma, tra le pareti affrescate che narravano miti di dèi e amori, Altea si muoveva come un’apparizione. A chi la osservava per la prima volta, appariva come il simbolo della grazia e della compostezza, una figura scolpita nel marmo più pregiato, dotata di un’eleganza viva e vibrante.

Altea era una donna dalla bellezza rara, ma glaciale. La sua figura era alta e snella, avvolta nei tessuti più preziosi che il suo tempo e la sua ricchezza potevano offrire. Indossava lunghe tuniche di seta, tinte in delicate tonalità pastello che sembravano fondersi con la luce diffusa della sua villa. Una stola coordinata, ornata con sottili ricami in oro, scivolava lungo le sue braccia con una fluidità che celava la sua rigidità interiore.

Il viso, di una carnagione chiara e luminosa come la luna, era circondato da una chioma di capelli neri come la notte. Erano raccolti in un’acconciatura elaborata, con ciocche sapientemente intrecciate e fissate da spilli d’oro e perle. I suoi occhi, di un profondo marrone scuro, erano forse l’unica finestra sulla sua anima. Spesso fissavano l’orizzonte senza vederlo, persi in un labirinto di doveri e obblighi, privi di quella scintilla di gioia che avrebbe potuto renderla veramente viva.

Sulle sue labbra, un sorriso impercettibile che non raggiungeva mai i suoi occhi, un’espressione di composta cortesia che nascondeva un mondo di emozioni inaridite. Le sue mani, bianche e delicate, adornate da anelli d’oro e gemme preziose, si muovevano con una calma che sembrava quasi innaturale, mai una scossa, mai un gesto di spontaneità.

Dietro la facciata impeccabile, Altea nascondeva una prigione interiore. Il suo spirito era inaridito, come un fiume che ha dimenticato la sua sorgente, a causa dei millenari “devi” che avevano plasmato la sua vita sin dall’infanzia. Altea non conosceva il piacere della spontaneità, la gioia di una risata contagiosa, l’estasi di un desiderio appagato.

Ogni sua azione, ogni sua parola, era calibrata per soddisfare le aspettative della sua nobile stirpe. Il suo cuore era diventato un’armatura, un castello invalicabile dove le emozioni erano bandite come pericolosi intrusi. Il banchetto più prelibato era solo un dovere da compiere con decoro; il tramonto più spettacolare, un’altra giornata da concludere con stanchezza.

In lei, l’energia del secondo chakra, Svadhisthana, era molto debole, quasi impercettibile. Svadhisthana è il centro della creatività, del piacere e della gioia vitale, ma per Altea questi erano concetti astratti e sconosciuti.

Il suo corpo, pur essendo circondato dal lusso e dalla bellezza, le sembrava pesante, estraneo, una scultura di marmo anziché un tempio dell’anima.

Un giorno, mentre camminava lungo le sponde di un ruscello sacro, osservò che l’acqua fluiva dolcemente intorno ai sassi, avvolgendoli e adattandosi ad ogni ostacolo. Altea sentì un brivido scuoterle le fondamenta. Aveva sempre creduto che la nobiltà fosse come un’armatura di marmo, forgiata nel ghiaccio del dovere e dell’apparenza. Ma l’acqua, nel suo abbraccio morbido e inesorabile ai sassi, le aveva sussurrato una verità diversa : “Non puoi essere un fiume se ti impediscono di scorrere”

In quel momento, sul bordo del ruscello, Altea prese una decisione.

Non sapeva come, ma avrebbe imparato a sciogliere quegli imperativi uno ad uno. Avrebbe scoperto come permettere alle emozioni di affiorare senza giudizio, anche se faceva paura. Voleva sorridere per una gioia che le scoppiava nel petto; e piangere per lavare via il dolore accumulato in una vita di rigidità.

La vera nobiltà, capì, non era nel controllo, ma nella capacità di fluire con la vita. E il suo percorso per riequilibrare il suo secondo chakra e vivere le sue emozioni stava per iniziare.

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