
Immagina di varcare la soglia di una lussuosa villa romana, dove l’aria è densa del profumo di resine rare e il silenzio è interrotto solo dal fruscio di sete preziose.
Lì, tra le ombre eleganti del palazzo, si muove Altea, una donna che incarna la perfezione estetica e il rigore della nobiltà.
Altea appare come una statua vivente: la carnagione è chiara e luminosa, indossa abiti lunghi dalle tinte pastello — sfumature di lavanda e rosa pallido — che accarezzano il suolo, tenuti in vita da una cintura che simboleggia, al tempo stesso, la sua eleganza e la sua restrizione.

Dietro questa facciata di privilegio, Altea vive inaridita dal dovere e dal decoro.
Fin dall’infanzia, la sua esistenza è stata scandita da imperativi soffocanti: “Devi essere composta”, “Devi onorare il lignaggio”, “Devi anteporre il dovere al desiderio”.
Questi dettami si sono depositati nel suo ventre come pietre pesanti, bloccando il flusso del suo 2° chakra, il centro della creatività e del piacere.
Per lei, il piacere è diventato una colpa e la bellezza un concetto astratto.
La sua è la storia di un risveglio. Ad un certo punto della sua vita, Altea comprende che la vera nobiltà non risiede nella rigidità dei doveri. Inizia così a sciogliere i suoi blocchi, imparando a sorridere per gioia e a piangere per liberazione.



