Milo e la Luce Blu del Lapislazzuli

Milo fissava lo zaino appoggiato sulla scrivania, troppo pesante per essere solo pieno di libri.

A vent’anni, la pressione di dover scegliere una direzione, di superare l’ennesimo esame e di non deludere le aspettative di una famiglia che pesava su di lui come un’autorità invisibile, lo faceva sentire costantemente in apnea.

Ogni volta che provava a spiegare che si sentiva smarrito, la gola gli si stringeva: le parole restavano incastrate, trasformandosi in un silenzio che sembrava svogliatezza, ma era solo confusione.

Non era rabbia. Era il rumore di troppe voci che gli dicevano chi doveva essere, spegnendo la sua, di voce.

Quel pomeriggio provò a studiare. Lesse la stessa riga tre volte, senza capirla. Poi, quasi senza pensarci, allungò una mano. Le dita sfiorarono il Lapislazzuli appoggiato sulla scrivania.

Era un blu elettrico, quasi ipnotico, con quelle venature di pirite dorata che brillavano come piccole stelle nel buio. Lo prese tra le mani, era come se non lo avesse mai visto prima.

Per un attimo non successe nulla. Gradualmente il rumore che sentiva dentro di sé si abbassò, come quando qualcuno, da un’altra stanza, chiude piano una porta, e avvertì una strana sensazione di ordine.

Milo appoggiò la pietra alla base del collo e inspirò. Il freddo del Lapislazzuli sembrò assorbire il caos della sua mente, e in quel silenzio, improvvisamente comprese con grande chiarezza che quel libro non lo voleva studiare, e che non doveva lottare contro le aspettative degli altri, ma semplicemente imparare ad ascoltare le proprie necessità.

Prese un respiro profondo e, per la prima volta, la sua gola non oppose resistenza. Chiuse il libro che non amava e ne aprì uno che aveva sempre desiderato studiare, assaporando la gioia nel rispettare le proprie scelte.

Il mattino seguente, con la stessa calma che la pietra gli aveva donato, trovò il coraggio di parlare con sua madre. “Ho bisogno di un po’ di tempo per capire cosa voglio davvero” le disse, senza recriminazioni, ma con una nuova fermezza. “Continuerò l’università, ma voglio anche esplorare una mia passione. Magari potrei trovare un modo per unire le cose.” Era un compromesso tra il suo desiderio e la loro speranza.

Milo guardò la pietra: quel blu regale gli stava insegnando che poteva occuparsi delle piccole cadenze dell’università come dei pezzi del mosaico che stava costruendo per sé, senza mai smettere di essere se stesso.

Le ore dedicate ai suoi veri interessi non erano più rubate, ma investite, e paradossalmente, anche i libri universitari gli sembravano meno ostili, meno soffocanti.

Aveva vent’anni e, grazie a quel frammento di cielo tra le mani, aveva finalmente trovato la sua verità: che l’equilibrio si costruisce imparando ad ascoltarsi, pur camminando, con passo più leggero, nel mondo degli altri.

La Fenice Cristalli e Benessere

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